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🏭 I cinesi non esportano più solo auto: arrivano le fabbriche. E l'Europa deve decidere cosa fare
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Per anni la presenza cinese in Europa si è misurata in auto importate, spesso caricate su navi e sbarcate nei porti del Mediterraneo. Ora lo scenario è cambiato radicalmente: i costruttori orientali non vogliono più solo vendere in Europa, vogliono produrre in Europa. La strategia è chiara — aggirare i dazi sulle elettriche, abbattere i costi logistici e radicarsi in un mercato che, nonostante tutto, resta tra i più ricchi al mondo — ma la vera novità è che non si tratta solo di aprire uno stabilimento. I cinesi stanno esportando un intero modello industriale: tempi di sviluppo rapidissimi, processi snelli e impianti capaci di adattarsi alla domanda in pochi mesi.
La Spagna è la destinazione più gettonata, grazie a infrastrutture moderne e costo dell'energia tra i più bassi d'Europa. Chery ha già riaperto l'ex fabbrica Nissan di Barcellona per produrre la Omoda 5 entro fine anno. Leapmotor assemblerà a Saragozza e a Madrid. Geely è vicina a rilevare parte dello stabilimento Ford di Valencia. MG sta finalizzando un impianto vicino a La Coruña. In Ungheria il processo è ancora più avanzato: BYD produce già, seppur in numeri limitati, la Dolphin Surf a Szeged.
In Italia i riflettori sono puntati su Cassino, lo stabilimento Stellantis in difficoltà dopo il rinvio delle nuove Alfa Romeo, finito nel mirino di BYD e Dongfeng. L'AD Antonio Filosa ha smentito ipotesi di vendita, ma il tema resta vivo. La grande incognita riguarda la vera natura di questi impianti: saranno stabilimenti completi o semplici centri di assemblaggio con componenti quasi interamente importati dalla Cina? Secondo gli analisti la strategia sarà graduale, con i fornitori europei che entreranno nella filiera solo in una seconda fase.
Per rispondere, la Commissione Europea ha presentato l'Industrial Accelerator Act, che prevede vincoli stringenti sugli investimenti esteri nell'automotive: preferenza negli incentivi per veicoli assemblati nell'UE con almeno il 70% dei componenti prodotti in Europa, obbligo di joint-venture con aziende locali e assunzione di almeno metà del personale sul territorio per investimenti superiori ai 100 milioni. Una partita ancora aperta, che ridisegnerà l'industria automobilistica europea nei prossimi anni.
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